Dispatches from Iraq

Dispatches from Iraq

Il cielo antracite avvolge Mosul come un lenzuolo che spegne i rumori. Regna un silenzio d’attesa, tetro. Soltanto tra le bombe l’aria è così sorda. In Iraq, nella capitale dello Stato islamico, la guerra non è possibile: è reale. E corre più veloce di pensieri e parole, astrazioni che nulla possono davanti alla paura, all’angoscia, a corpi straziati appesi ai lampioni, alla voce rotta di un bambino svuotato di speranze. La battaglia, resa “convincente” dai bombardamenti della Coalizione internazionale a guida Usa, parla per boati, dall’eco mai stanca. Il linguaggio impallidisce, si smaglia. La coalizione combatte, è giunta alle periferie della città, ormai quasi completamente circondata.Intanto il bilancio degli sfollati lievita di ora in ora: trentamila, secondo le organizzazioni umanitarie, con aumenti di 8.000 nelle ultime 24 ore. Ed è salito a 20, secondo un deputato eletto nella circoscrizione di Kirkuk, il numero di profughi uccisi dalle mine mentre fuggivano dalla cittadina di Hawija, 150 chilometri a sud di Mosul, in una sacca di territorio rimasto nelle mani dei jihadisti. In questa duplice difesa a oltranza nessuno può permettersi insuccessi neppure parziali. La coalizione sfrutta la sua superiorità numerica e la sua maggiore potenza di fuoco.n una complessa scacchiera di interessi: sciiti, curdi e sunniti, e dall’esterno Iran, Turchia e blocco saudita, ma anche Russia e Stati Uniti – cercano di crearsi le condizioni più favorevoli per il dopo-Mosul, impadronendosi dei più ricchi giacimenti petroliferi. L’Iraq riflette come uno specchio appannato l’altalena siriana. L’Isis potrà sempre contare sul sostegno dell’Arabia Saudita e dagli altri governi sunniti. Un grimaldello con cui minare il potere dei governi di Damasco e di Baghdad, alleati di Teheran, in tutta la “Mezzaluna Sciita”.  Il futuro e le conseguenze si possono solo ridisegnare, all’infinito.
Text by Laura M.I.Secci

by Ugo Borga

Il cielo antracite avvolge Mosul come un lenzuolo che spegne i rumori. Regna un silenzio d’attesa, tetro. Soltanto tra le bombe l’aria è così sorda. In Iraq, nella capitale dello Stato islamico, la guerra non è possibile: è reale. E corre più veloce di pensieri e parole, astrazioni che nulla possono davanti alla paura, all’angoscia, a corpi straziati appesi ai lampioni, alla voce rotta di un bambino svuotato di speranze. La battaglia, resa “convincente” dai bombardamenti della Coalizione internazionale a guida Usa, parla per boati, dall’eco mai stanca. Il linguaggio impallidisce, si smaglia. La coalizione combatte, è giunta alle periferie della città, ormai quasi completamente circondata.Intanto il bilancio degli sfollati lievita di ora in ora: trentamila, secondo le organizzazioni umanitarie, con aumenti di 8.000 nelle ultime 24 ore. Ed è salito a 20, secondo un deputato eletto nella circoscrizione di Kirkuk, il numero di profughi uccisi dalle mine mentre fuggivano dalla cittadina di Hawija, 150 chilometri a sud di Mosul, in una sacca di territorio rimasto nelle mani dei jihadisti. In questa duplice difesa a oltranza nessuno può permettersi insuccessi neppure parziali. La coalizione sfrutta la sua superiorità numerica e la sua maggiore potenza di fuoco.n una complessa scacchiera di interessi: sciiti, curdi e sunniti, e dall’esterno Iran, Turchia e blocco saudita, ma anche Russia e Stati Uniti – cercano di crearsi le condizioni più favorevoli per il dopo-Mosul, impadronendosi dei più ricchi giacimenti petroliferi. L’Iraq riflette come uno specchio appannato l’altalena siriana. L’Isis potrà sempre contare sul sostegno dell’Arabia Saudita e dagli altri governi sunniti. Un grimaldello con cui minare il potere dei governi di Damasco e di Baghdad, alleati di Teheran, in tutta la “Mezzaluna Sciita”.  Il futuro e le conseguenze si possono solo ridisegnare, all’infinito.
Text by Laura M.I.Secci

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